Autrice di romanzi psicologici, gotici e della saga urban fantasy di Aeternam, Clelia Pulcinelli ha teorizzato un nuovo genere narrativo, il gotico italiano, ambientandolo in luoghi sospesi tra realtà e magia che somigliano molto alla sua Ciociaria.
Partiamo dall’inizio. Come nasce una scrittrice?
«Come nasce ogni scrittore, credo: da figlio. All’inizio si è figli di ciò che si ama, degli autori e del genere che ci hanno formati. Io sono partita dal fantasy, perché era quello che amavo da lettrice. In realtà scrivevo già da bambina: il primo concorso letterario l’ho vinto in quinta elementare, un altro alle medie, entrambi con dei racconti. Ma la prima cosa importante è arrivata a quindici anni, una saga fantasy che poi mi ha occupato quasi tutto il liceo. Poi però arriva l’adolescenza della scrittura e, come ogni adolescente, senti il bisogno di “uccidere” metaforicamente il genitore, di ribellarti: dopo quella saga ho scritto tre o quattro libri che erano un rifiuto totale del fantasy».
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E in cosa si è tradotta quella ribellione?
«In un romanzo epistolare steampunk, mai pubblicato, nato come guida della mia tesina di maturità. Poi ho pubblicato Gli ultimi giorni di Naavah, distopico e fantascientifico, con cui nel 2017, da universitaria, ho vinto il concorso nazionale di BookTribù: da lì è nato un legame che non si è più interrotto, e per loro ho scritto anche due racconti, per le antologie Futura e Live Your Belief. Ma la vera svolta sono stati i romanzi psicologici. Ne ho scritti tre, uno solo pubblicato, The World, The Wave and The Wire, ambientato in America come il secondo, mentre il terzo, ancora inedito, è ambientato in Italia. Ho fatto un giro largo e, piano piano, sono tornata a casa. Sono stati proprio quei romanzi a permettermi di scandagliare l’animo umano, spogliato da ogni finzione».
A un certo punto, però, il soprannaturale rientra dalla porta principale.
«Sì, con È questione di maturità, che considero il paziente zero del mio gotico, e con cui ho vinto un altro concorso. È la storia di cinque studenti dell’ultimo anno di liceo che, la sera della festa di Natale, per gioco fanno una seduta spiritica e riportano in vita cinque letterati italiani: Dante, Manzoni, Verga, Leopardi e D’Annunzio. Devono tenerseli fino all’esame di maturità per superarlo, e ognuno è abbinato al letterato più incompatibile possibile, così si devono abituare l’uno all’altro. Anche i morti hanno una posta in gioco: solo tornando morti potranno in un certo senso accedere al paradiso, non essere più spiriti inquieti, e per farlo devono risolvere una questione lasciata in sospeso in vita. È stato apprezzato tantissimo, anche da tanti studenti. Scrivendolo, e poi scrivendo Bruciare con l’acqua, lavare col fuoco, ho capito una cosa: non dovevo rigettare il fantastico, potevo integrarlo alla forza psicologica che avevo conquistato. Lì sono diventata genitore. Avevo trovato il mio genere».
Che cos’è, allora, il gotico italiano?
«È un crogiolo di tutto ciò che mi rende me stessa: il folclore, le superstizioni, la religione cattolica, il mio territorio e l’indagine dei traumi e delle angosce dell’uomo moderno. Il paradosso da cui parto è che l’Italia trabocca di tradizioni sinistre, leggende, spettri, esoterismo e religione, eppure il romanzo gotico da noi non è mai davvero arrivato: le basi c’erano tutte, mancava chi le raccogliesse. Le mie storie sono ambientate ai giorni nostri, in una zona immaginaria d’Italia che ricalca da vicino la Ciociaria. Sono romanzi singoli, li tiene insieme solo la geografia e funzionano secondo la logica di ogni buon gotico, sospesi tra reale e soprannaturale: perché in fondo l’inquietudine e ciò che sfugge alla ragione sono soltanto un mezzo per la catarsi delle emozioni umane».
Perché una terra immaginaria e non la Ciociaria vera?
«È una lezione che viene da Faulkner, uno dei miei fari. Lui voleva scrivere alla maniera dei gotici classici ma era americano; così ha inventato una contea immaginaria per non urtare i luoghi reali del Sud, e ha fondato il southern gothic. Non ha usato la sua terra vera, ma le sue impressioni, romanzandola e costruendola da capo. È un’idea che funziona perché non disturbi i luoghi reali e allo stesso tempo lasci quel filo di realtà. Ho capito così che un territorio immaginario, sospeso tra il basso Lazio e gli Appennini, il mare e il cielo, non era impensabile».
Quel filo di realtà, però, a volte confonde davvero i lettori.
«È successo, ed è la prova che funziona. Una libraia di Ferentino, dopo aver letto La casa dell’Elleboro, è andata a chiedere in giro se la storia fosse vera, convinta si svolgesse nel suo paese. E quando tutti negavano, ha pensato che le mentissero per nasconderle qualcosa. Ha vissuto lei stessa un’esperienza gotica. È esattamente ciò che cerco: che il lettore riconosca un’impressione familiare, una credenza che sa un po’ troppo delle storie delle nonne, i vicoli in cui è cresciuto».
Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
«Tre romanzi, letti all’università, che mi hanno cambiata come persona in relazione alla mia arte, pur non avendo nulla a che vedere con quello che scrivo. Il primo è Trainspotting di Irvine Welsh. Non avevo mai visto una scrittura infilarsi in ogni personaggio in modo così empatico, tentacolare. E mi ha insegnato che anche ciò che sembra scontato, banale, perfino squallido, ha un valore, perché dipende da come lo racconti. Il primo capitolo mi fece talmente impressione che svenni. Il secondo è Visions of Cody di Kerouac, in cui ho trovato un gemello. Il terzo è Mentre morivo di Faulkner».
Nulla di fantasy o gotico tra i tuoi maestri, però.
«Perché io tendo a non prendere ispirazioni. Mentre scrivo, non leggo cose affini: se lavoro a un gotico non leggo nulla di gotico o psicologico, se scrivo Aeternam non leggo nulla di fantastico o magico. Adesso che è estate e ho una pausa mi sto godendo Il Trono di Spade, ma appena riprenderò a scrivere lo metterò via».
Nei tuoi libri la religione non è mai sullo sfondo. Come convive la tua fede con fantasmi e magia?
«Non convivono, coincidono. Il gotico nasce inerentemente dal sentimento religioso. Pensi a tutto il folclore, togliere il malocchio, credere nei fantasmi: sono cose inerentemente religiose, perché per credere in un’entità che resta devi ammettere che esista un aldilà dove andare. Chi è convinto che dopo la morte non ci sia nulla, ai fantasmi non può crederci. Io sono molto religiosa e molto spirituale: credo nel divino come una forza creatrice che ci permea tutti. Per anni ho faticato a coniugare questo con l’istituzione Chiesa cattolica, finché non ho capito che la Chiesa è un’istituzione umana e terrena, veicolo della fede, che poi ognuno vive dentro di sé e questo mi ha conciliata. Al tempo stesso sono estremamente superstiziosa».
Veniamo ad Aeternam. Una saga urban fantasy con un’architettura vastissima. Come l’hai costruita?
«Ho pensato prima l’impianto della società magica, il mondo, e solo dopo ci ho ambientato dentro la storia. Tutto il world building poggia sulla visione della magia nelle diverse fasi storiche d’Italia: la magia medievale è quella della guarigione e delle erbe; quella rinascimentale e sei-settecentesca è alchimia; quella moderna è la proiezione astrale delle teorie new age; quella antica è il culto degli dèi. Ricalca moltissimo la storia italiana e mediterranea. Anche la struttura politica: si parte da una tetrarchia di età romana, diventa quasi una monarchia a quattro con corti e signori, poi arrivano le assemblee del tardo Seicento, le rivoluzioni di fine Settecento, e tra Sette e Ottocento cade la monarchia e nasce il Grande Governo Stregonesco, che a sua volta diventa il Governo Arcano, una specie di repubblica parlamentare. In fondo è la storia dell’Italia».
E il titolo?
«Prende nome dall’istituzione al centro di tutto. Nel terzo secolo tre sacerdotesse ricevono la visione di dover proteggere la società magica e fondano la scuola di Aeternam, diventandone il primo consiglio supremo. Da allora sono sempre tre donne, tre presidi, a reggere l’istituto. La scuola ha sede a Roma, ma i personaggi si muovono in tutta Italia, tra le città reali e gli insediamenti magici, i paeselli. È il meccanismo di tutti gli urban fantasy: un mondo reale e un mondo nascosto a chi non ha poteri».
Qual è il filo che tiene insieme i volumi?
«È un tema sociale. In Aeternam non c’è un cattivo da sconfiggere. La grande domanda è un’altra: questa società può continuare a funzionare così? Persino chi la minaccia non è semplicemente il male. La setta che la insidia, oggi vista come una sorta di mafia magica, nasce sulle idee di una strega cresciuta nel clima rivoluzionario del tardo Settecento, intuizioni che non vanno demonizzate del tutto. La domanda resta sospesa, ed è quella la posta in gioco».
A che punto è la saga?
«Mancano due volumi cartacei. Il quinto in realtà l’ho già scritto, ho finito di pubblicarlo in digitale; resta il sesto. Poi ci sarà un volume di side stories, storie singole che scrivo tra un romanzo e l’altro, e sto preparando un annale storico della scuola».
E dopo Aeternam?
«Ho un romanzo in uscita in autunno, e ho iniziato a lavorare a un romanzo storico che avrà per protagonista il carnevale storico di Frosinone, un progetto a sé stante».
Come sono stati accolti i tuoi romanzi a Frosinone?
«Frosinone non si accorge facilmente dei propri talenti. A volte ho fatto grande fatica anche solo a ottenere uno spazio per una presentazione. Sono certa che se vedessero una come me fare quello che faccio per un’altra città direbbero “beato chi ce l’ha”. Adesso va un po’ meglio, sono riuscita a ritagliarmi il mio spazio, e spero che se ne interessino anche scuole ed enti. Ma per ora la verità è una sola: bisogna fare tutto da sé».
